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Notiziario Dicembre 2011 N°11 - VITAMINA “D” E INVECCHIAMENTO - Vit. “D” e fragilità in donne e uomini anziani

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Indice
Notiziario Dicembre 2011 N°11 - VITAMINA “D” E INVECCHIAMENTO
La vit. “D” nell’anziano
Gli anziani a maggior rischio d’inadeguati livelli di Vit. “D”
Apporti dietetici di riferimento per il calcio e la Vit. “D”
Integratori alimentari e tasso di mortalità nelle donne anziane
La vit. “D” nell’anziano fragile
Vit. “D” e fragilità in donne e uomini anziani
Vit. “D”, mobilità e forza muscolare nelle donne anziane
La vit. “D” e rischio di caduta negli anziani
Vit. “D” e prevenzione delle fratture osteoporotiche
Relazione tra Vit. “D” e iperglicemia nell’anziano
Vit. “D”, funzione delle cellule β e glicemia
Vit. “D”, diabete, malattie cardiovascolari e morte per qualsiasi causa
Tutte le pagine

Vit. “D” e fragilità in donne e uomini anziani

Kristine Ensrud dell’University of Minnesota in Minneapolis e collaboratori hanno compiuto uno studio prospettico su 9.704 donne di sessantacinque anni e oltre, reclutate dallo Study of Osteoporotic Fractures, valutando per dodici anni i livelli circolanti di 25 (OH) D e il loro stato di fragilità, definita da cinque criteri: riduzione/sarcopenia (perdita di peso), debolezza, stanchezza, lentezza, scarsa attività fisica (J Clin Endocrinol Metab. 2010;95:5266-5273). Le donne erano definite robuste in assenza di qualsiasi criterio, fragili di tipo intermedio se con uno o due criteri, fragili in assoluto se con tre o più criteri, oppure morte. La maggiore probabilità di fragilità si associava ai livelli di 25 (OH) D sotto i 15,5 ng / mL con OR (odds ratio) multivariata di 1,47 e IC 95% [intervallo di confidenza] 1,19-1,82.  L’OR multivariata tra i 15,5 e i 19,9 ng / mL era 1,24 con IC 95%, 0,99-1,54, mentre per i 30 ng / mL o più era 1.32 con IC 95%, 1,06-1,63. A differenza di studi precedenti, quest’associazione presentava un andamento lineare a U. Tra le 4.551 donne, definite robuste o con fragilità intermedia di base, l'associazione era presente anche tra i più bassi livelli di 25 (OH) D, inferiori ai 20 ng / ml, con un aumentato rischio di fragilità definito dall’OR multivariato 1,21 con IC 95%, 0,99-1,49. Era anche presente un’associazione tra gli stessi valori con il rischio di morte (OR multivariato di 1.40 e IC 95% 1,04 - 1.88). Le grandi dimensioni del campione di questo studio e la metodologia seguita darebbero, secondo gli autori, consistenza di veridicità ai risultati, superando le incongruenze e differenze dei precedenti lavori. Di conseguenza, lo stato di fragilità dovrebbe essere considerato attentamente dai medici come un risultato potenziale per la supplementazione di vitamina “D” negli anziani.
In via complementare, sempre Kristine E. Ensrud e collaboratori, per definire le associazioni trasversali e longitudinali tra i livelli di 25 (OH) D e lo stato di fragilità negli uomini anziani, hanno analizzato 1.606 persone dai sessantacinque anni e oltre, iscritti al MROS (Osteoporotic Fractures in Men Study), studio multicentrico osservazionale, progettato per determinare i fattori di rischio per l'osteoporosi, le fratture e il cancro alla prostata negli uomini più anziani. (J Am Geriatr Soc. 2011;59(1):101-106).

Gli autori hanno, così, misurato la 25 (OH) D e lo stato di fragilità, termine che indica la compromissione multisistemica e l’aumento di vulnerabilità con l’alto rischio di cadute, disabilità, ospedalizzazione e mortalità, con criteri analoghi a quelli utilizzati nel CHS (Cardiovascular Health Study), ripetendo gli esami dopo una media di 4,6 anni. Lo stato di fragilità è stato classificato come robusto, intermedio o fragile in condizioni basali e robusto, intermedio, fragile o morto al follow-up. Dopo aggiustamento per i multipli fattori potenziali confondenti, gli uomini con 25 (OH) D inferiori ai 20,0 ng / mL avevano una probabilità 1,5 volte maggiore (odds ratio multivariato (MOR) = 1.47, intervallo di confidenza 95% (IC) = 1,07-2,02) dello stato di fragilità al basale, rispetto a quelli con 25 (OH) D di 30,0 ng / ml o più (referenti del gruppo).  Invece, lo stato di fragilità era simile nel caso di 25 (OH) D di 20,0-29,9 ng / mL e di 30,0 ng / ml o più (MOR = 1,02, IC 95% = 0,78-1,32). Tuttavia, nei 1267 uomini non classificati come fragili al basale non vi era alcuna associazione tra i bassi livelli basali di 25 (OH) D con lo stato maggiore di probabilità di fragilità a 4,6 anni di follow-up. I risultati sono stati simili quando la 25 (OH) D è stata espressa in quartili o come una variabile continua. In conclusione, i bassi livelli di 25 (OH) D <20,0 ng / ml, in persone più anziane che vivono in comunità, dovrebbero essere indipendentemente associati con una maggiore evidenza di fragilità al basale, senza previsione, però, di un maggiore rischio di essa a 4,6 anni.
È noto come la scarsa performance fisica rappresenti un alto rischio di disabilità negli adulti più anziani, esistendo, peraltro, una ben definita associazione tra bassa massa magra o sarcopenia e la stessa disabilità o perlomeno le limitazioni della mobilità. La bassa densità muscolare, come marker d’infiltrazione grassa o miosteatosi, ha anche dimostrato di essere un fattore di rischio per la disabilità e per l’ospedalizzazione. L’adiposità, ancora, con incluse le misure dell'indice di massa corporea (IMC) e la percentuale di grasso corporeo, aumenta, altresì, il rischio di disabilità. Inoltre, le misure di forza, le prestazioni, la massa magra, la CSA (cross-sectional area), sezione trasversale del muscolo della coscia, la densità muscolare e l’adiposità sono note per essere tra loro correlate, senza, però, che vi siano analisi empiriche di come possano essere tra loro raggruppate. La forza e la massa muscolare tendono a diminuire con l'età e il declino della prima può verificarsi più rapidamente di quello della seconda. A tale proposito, alcuni studi hanno dimostrato un mantenimento della forza e della densità muscolare, a dispetto di una perdita contemporanea della massa magra, ma non tutti gli interventi che accrescono la massa magra comportano l’aumento della forza muscolare o delle prestazioni fisiche. L'ormone della  crescita, ad esempio, aumenta la massa magra ma non la forza. A tale riguardo, non risulta, peraltro, chiaro se adiposità, la funzione fisica, la forza o la massa magra, da sole o in qual si voglia modo combinate, vengano mosse ad associarsi con il rischio di disabilità e se tali misure correlate siano i marcatori di un numero minore di fattori sottostanti.



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