Stampa E-mail
Valutazione attuale: / 23
ScarsoOttimo 
Scritto da Giuseppe Di Lascio, Andrea Levi Della Vida, Michele Paradiso   
Domenica 11 Aprile 2010
Indice
Elettricità: dalle scoperte all'uso sull'uomo
L'elettricità e il suo uso sull'uomo
La defibrillazione elettrica
La TEC
Salvare una vita: una scommessa che si può vincere
Con la defibrillazione elettrica tutti possiamo far ripartire un cuore
Tutte le pagine

BREVE STORIA DELL'ELETTRICITA'

img02I primi studi sui fenomeni elettrici e magnetici risalgono al 600 A.C. quando i filosofo greco Talete di Mileto (624-546 a.C.) studiò le proprietà elettriche dell'ambra. Corpi leggeri erano attratti dall'ambra gialla, una resina fossile, precedentemente strisciata su di un altro corpo. Fenomeno simile a quello della calamita, minerale composto di un protossido con un sesquiossido di ferro, che attraeva potentemente a sé questo metallo. I Greci chiamarono "ηλεκτρον" (eléktron) l'ambra e "μαγνήτης" (magnétes) la calamita. Le caratteristiche dell'ambra furono esaminate anche dallo scrittore latino Plinio il Vecchio nella sua "Naturalis Historia".
Tuttavia, le ragioni di questi fenomeni sono state poco comprese fino al 1600 quando William Gilbert , più interessato al magnetismo - per cui suggeriva che la Terra si comportava come un gigantesco magnete - rileggendo l'opera dei Greci, si rese conto che le forze attrattive e repulsive, derivate dallo sfregamento dell'ambra, erano molto simili alle forze attrattive e repulsive esercitate dai magneti.

Tali proprietà, ritenute esclusive dell'ambra e della calamita, portarono Gilbert a denominare il nuovo campo di studio "elettricità", parola derivata dal nome greco dell'ambra, e "magnetismo" quello dell'altra. Tuttavia, come più tardi si è riconosciuto, ambedue i fenomeni non risiedono unicamente nell'ambra o nella calamita, né producono esclusivamente attrazioni, ma anche repulsioni. Per di più, il principio per cui in occasione di un temporale si producono i terrificanti fenomeni elettrici è quello stesso che attrae i corpi leggeri verso l'ambra. Anzi, come si è successivamente dimostrato, il magnetismo stesso non é in sostanza diverso dall'elettricità.
Nel corso dei tempi si è constatato che molte altre sostanze, oltre l'ambra, hanno la proprietà di produrre effetti elettrici.

Otto von Guericke , nel 17° secolo, sperimentò il primo generatore elettrostatico basato sull'effetto dello sfregamento di una sfera di zolfo. Oltre ad essere in grado di attirare piccoli pezzi di carta, essa inaspettatamente produceva un crepitio e minute scintille. Per la prima volta si dimostrava che l'energia elettrica poteva essere prodotta e che non era un fluido che si trasferiva da un oggetto all'altro per effetto dello sfregamento. Il dispositivo di Guericke fu ampiamente utilizzato e sviluppato dagli scienziati del tempo, essendo uno dei primi metodi di produzione di elettricità. Più tardi, si trovò il modo di immagazzinarla in una bottiglia, detta di Leyda, dal nome della località tedesca Leiden, ove fu inventata. Questo dispositivo ha rappresentato il precursore dell'accumulatore di corrente. Nel 1752 Benjamin Franklin intuì il collegamento tra le piccole scintille della sfera di zolfo e l'enorme fragore del fulmine.
Benjamin FranklinIn ragione di questo esperimento, la contrazione di un muscolo, stimolato da una corrente elettrica, è definita ancor oggi "galvanismo" per riferirsi alla produzione di corrente elettrica derivata dal contatto di due metalli in un ambiente umido.
Da notare che nel settecento l'interesse per il fenomeno dell'elettricità si diffuse soprattutto come curiosità e gioco nei salotti, per attrarre o respingere o fare scintille e, talvolta, come immaginario metodo di cura. Difatti, la quantità molto scarsa di energia elettrica, prodotta dalle macchine di frizione, non era di alcuna utilità pratica.
Quasi tutte le nostre conoscenze attuali sull'energia elettrica si sono ottenute nel corso degli ultimi 200 anni.
Alessandro Volta nato a Como nel 1745, segnò con le sue scoperte il punto di svolta nello studio dell'energia elettrica. Nominato professore di fisica nel 1978 presso l'Università di Pavia, cominciò a ripetere gli esperimenti di Galvani. Interpretò che le contrazioni muscolari della rana non provenivano dall'animale, ma erano indotte dalla corrente che scorreva tra i due diversi metalli collegati alla sua carne umida e salata. Questo dato lo portò a sviluppare il primo dispositivo di produzione chimica della corrente elettrica. Realizzò nel 1799 la "pila voltaica", il predecessore della batteria elettrica. Si trattava di una pila verticale di dischi di metallo (zinco con rame o argento), separati gli uni dagli altri da dischi di cartone imbevuti di soluzione salina. Volta proseguì nelle sue ricerche, sviluppando molti nuovi dispositivi. Inventò l'elettroforesi, un precursore del condensatore, un dispositivo per rilevare corrente elettrica debole e l'elettrometro, strumento di meteorologia per misurare l'elettricità atmosferica. Per i suoi riconosciuti meriti, nel 1801 fu chiamato a Parigi per dimostrare la sua scoperta all'Accademia delle Scienze e Napoleone stesso dichiarò la sua presentazione un trionfo, conferendogli una medaglia d'oro e avviando l'annuale "Premio Volta". Peraltro, l'unità di misura elettrica, "Volt", è così denominata in suo onore.
Il primo effetto importante della corrente elettrica a essere scoperto fu l'elettrolisi, ossia la sua capacità di separare i composti chimici nei loro elementi.
Humphry Davy (1778-1829), professore di chimica alla Royal Institution di Londra, utilizzò la pila voltaica per gettare le basi qualitative dell'elettrochimica. Isolò il potassio elementare e in seguito il sodio, il bario, il calcio, lo stronzio, il magnesio, il boro e il silicio.
Successivamente Davy intuì che l'elettricità poteva essere usata per produrre luce. Collegando i terminali di una batteria di grandi dimensioni a due pezzi di carbone di legna appena separati tra loro, produsse una brillante luce bianca: la prima lampada ad arco.
Verso la fine del 1813, Davy intraprese un tour di diciotto mesi in Europa con il giovane Michael Faraday , una stella destinata a rapida ascesa. Difatti, Faraday, che lo seguì nelle sue lezioni di chimica e fisica, prese presto il suo posto presso la Royal Institution. Ed alcuni mormorarono con malizia che la più grande scoperta di Davy fu proprio Michael Faraday. Si può commentare, comunque, che Davy, come chimico era superiore, mentre, come scienziato, Faraday era incomparabile.
All'inizio del 19° secolo due chimici inglesi, Carlisle e Nicolson, sperimentarono il collegamento delle due estremità di una pila voltaica a due fili di platino immersi in provette contenenti acido diluito.
Si formarono, così, tante bollicine a livello dei fili, composte da una parte da ossigeno e dall'altra d'idrogeno. I chimici, pertanto, conclusero legittimamente che l'acqua era stata scomposta nei suoi elementi dalla corrente elettrica. Con le celle di Volta si poteva ottenere facilmente e continuamente energia elettrica al servizio della scienza in tutto il mondo, ma rimaneva la grande difficoltà di approntare il metodo della sua misurazione. Fino al 1820 gli unici strumenti elettrici di misura erano basati sulle forze attrattive e repulsive tra le cariche elettriche fisse.

Nel 1819 Hans Oersted scoprì una nuova caratteristica dell'energia elettrica. Dal momento che già Gilbert aveva intuito che elettricità e magnetismo erano connessi tra loro in qualche modo, Hans Oersted dimostrò che, posizionando sopra una bussola magnetica un filo che conduceva corrente elettrica, si otteneva la deviazione dell'ago, comprovando che il filo si comportava come una calamita. Oersted provò, difatti, nel 1820 che il filo era circondato da un campo magnetico.
In seguito, André-Marie Ampère , con una splendida serie di esperimenti, dimostrò in maniera completa le leggi della forza esercitata dai fili che portavano la corrente, ponendo le basi alle precise misurazioni elettriche realizzate con il galvanometro l’amperometro e il voltmetro.
L’elettricità divenne in tal modo una scienza esatta e Georg Ohm e più tardi Gustav Kirchhoff furono in grado di indicare in un circuito elettrico la relazione tra corrente, tensione e resistenza.
Michael Faraday (22 Settembre 1791 - 25 agosto 1867), scienziato britannico di origini molto umili, lasciò la scuola all'età di dodici anni e fu essenzialmente un autodidatta fino all’età di 20 anni, epoca in cui iniziò a seguire le lezioni di Humphry Davy. Riconosciuto come uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi, sulla scia di Oersted, contribuì, in maniera significativa, all’evoluzione dell'elettromagnetismo e dell'elettrochimica. Raggiunse rilievo scientifico proprio con la prima legge dell’elettrochimica, sviluppata nel 1834, nella quale si afferma che “la massa di sostanza che si deposita sugli elettrodi è proporzionale alla quantità di carica che passa nella cella”. Da notare che questi fenomeni fisici hanno molte applicazioni pratiche, soprattutto a livello di galvanotecnica come la zincatura, la ramatura e la nichelatura. Lo scienziato inventò anche la prima forma di un dispositivo che sarebbe diventato il “becco Bunsen” , utilizzato quasi universalmente nei laboratori di ricerca scientifica, come semplice ed efficace fonte di calore. Nel 1821 fu in grado di realizzare, con grandi bobine di filo e potenti elettromagneti il primo motore elettrico semplice.
Da allora, molti scienziati intuirono che, se una corrente elettrica poteva produrre un effetto magnetico, era possibile anche il contrario, ossia che un magnete potesse essere usato per produrre corrente. Faraday, dopo dieci anni di studi, riuscì a dimostrare come un cavo di corrente fosse in grado di produrla in un altro cavo viciniore. Questo effetto, conosciuto come induzione elettromagnetica, portò direttamente alla realizzazione della dinamo, secondo il principio che, quando una bobina di filo è fatta ruotare in un campo magnetico, si genera corrente nel filo stesso.
In conclusione, Faraday, che non si considerava un elettrochimico, ma filosofo naturale, dedicò la sua vita a dimostrare l'interconnessione delle forze naturali. La sua ricerca è stata rivolta soprattutto all’elettrochimica, esplorando il collegamento tra la chimica e le forze elettriche della batteria voltaica. Johann Wilhelm Ritter (1776-1810), nato in Polonia, iniziò la sua carriera come farmacista. Nel 1796 si dedicò presso l’Università di Jena allo studio delle scienze, dove realizzò la prima batteria a secco, lavorando con il cloruro d'argento. Scoprì lo spettro dell’ultravioletto stabilì nel 1798 il collegamento esplicito tra galvanismo e reattività chimica. Affascinato dagli esperimenti di eccitazione elettrica del muscolo, Ritter eseguì esperimenti sul proprio corpo con tensioni molto elevate. Senza dubbio, questi esperimenti portarono alla sua morte prematura all'età di 33 anni.

John Frederic Daniell (1790-1845), nato a Londra e nominato professore di chimica al King's College, rivolse le sue ricerche allo sviluppo di potenti batterie elettriche nel periodo in cui cominciarono ad apparire i sistemi commerciali telegrafici con apparecchi Morse. La batteria di Daniell in rame, nel 1836, divenne lo standard per i sistemi telegrafici inglesi e americani. Nel 1839 Daniell sperimentò la fusione dei metalli con una batteria da settanta celle. Produsse un arco elettrico, così ricco di raggi ultravioletti, che realizzò in un istante una condizione di sole artificiale. Questi esperimenti causarono, però, un grave danno per suoi occhi ed anche degli spettatori.
In definitiva, Daniell dimostrò che lo ione del metallo, piuttosto che il suo ossido, trasportava una carica elettrica in una soluzione di elettrolisi metallo-sale. In seguito, Thomas Alva Edison , inventore e scienziato americano, sviluppando questo meccanismo, costruì un generatore elettrico capace di rendere molto più grandi le quantità di energia elettrica, rispetto alle semplici cellule di Volta. Difatti, le forze che agiscono tra due bobine di filo, una fissa e una mobile, permettevano a quella mobile di ruotare.
Thomas Alva Edison, nato l’11 febbraio 1847, fu uno degli inventori più famosi dei suoi tempi con quasi 1093 brevetti al suo attivo e nel 1879 produsse la sua invenzione più straordinaria: la lampadina elettrica incandescente che rivoluzionò il mondo intero. A Dearborn, nel Michigan, si può visitare l’interessante Museo Henry Ford che contiene la raccolta più grande e più spettacolare al mondo di lampadine. Divenne ormai evidente che l'elettricità rappresentava una forma speciale di energia. Il generatore elettrico consentiva di convertire l’energia meccanica in elettrica. Così pure, in ragione del fatto che un filo di corrente diveniva caldo per la trasformazione dell'energia elettrica, determinata dalla resistenza del filo, in energia termica, si ponevano le basi di tutti gli apparecchi elettrici di riscaldamento. Fu Edison ad aprire la strada moderna alla lampadina, facendo passare una corrente attraverso un sottile filamento di carbonio, racchiuso in un bulbo di vetro, ottenendo così un bagliore bianco-caldo.
In seguito James Clerk Maxwell , nato il 13 giugno del 1831 a Edimburgo, sintetizzò le osservazioni precedenti nella così detta equazione di Maxwell, dimostrando che l'elettricità, il magnetismo e persino la luce sono tutte manifestazioni del campo elettromagnetico.
Nel 1887, Heinrich Hertz , fisico tedesco, realizzò e rilevò queste onde e da questa scoperta nacque l'idea, sviluppata ampiamente da Guglielmo Marconi , che le onde elettromagnetiche potessero essere utilizzate per trasmettere messaggi senza fili, attraverso l'aria. In tal modo, nacque il telegrafo senza fili e, nel 20° secolo, i sistemi per trasmettere segnali audio e televisivi.  Nel 1897 J.J. Thomson scoprì l'elettrone, l'elemento dell’energia elettrica. Deviando una corrente elettrica attraverso il vuoto per mezzo di un forte campo elettrico, dimostrò che essa era composta di minuscole cariche negative elettriche, gli elettroni. In seguito, Robert Millikan , nel 1911, fornì la prova che l'elettrone era dotato della più piccola quantità di carica possibile e che le minuscole particelle, presenti in tutta la materia, si distinguevano per la quantità di elettricità di cui erano dotate.


L'ELETTRICITÀ ED IL SUO USO SULL'UOMO

La produzione in serie delle lampadine elettriche di Edison nel 1879 rese popolare l’utilizzo della corrente elettrica. Essa animava di nuova vita le città con una potente energia capace, non solo di illuminare, ma anche di folgorare. Sta di fatto che nel 1890 nella prigione di Auburn a New York venne eseguita la prima esecuzione capitale per mezzo della “sedia elettrica”.
Anche la letteratura ha tratto ispirazione dagli effetti dell’elettricità. Nel 1818 il mostro del dottor Frankenstein, per mano dell’autrice Mary Shelley , prendeva vita grazie ad una scarica di corrente elettrica.
Lo stretto rapporto esistente tra elettricità, vita e morte era stato studiato già un secolo prima. Difatti, nel 1775, Peter Christian Abildgaard, medico e veterinario, era riuscito a provocare l’arresto cardiaco in una gallina con una scarica elettrica applicata al torace e, con una medesima scarica, era stato in grado di rianimarla. Purtuttavia, dovevano trascorrere altri settantacinque anni perchè Carl Ludwig comprendesse che il fenomeno dell’arresto cardiaco era dovuto a un’alterazione del meccanismo di contrazione del cuore: la fibrillazione ventricolare. John Mac William, uno studente di Ludwig, ne diede la definizione che è ancora attuale. “La fibrillazione del ventricolo è una condizione cardiaca caratterizzata da contrazioni caotiche, senza coordinazione dei muscoli del ventricolo, che dà luogo ad arresto di cuore. Se i muscoli si contraggono disegualmente, la circolazione di sangue si ferma e ha luogo la morte”. Negli anni successivi molti ricercatori volsero i loro studi a chiarire questo problema. Perchè il cuore perdeva il suo ritmo regolare e compariva la fibrillazione? Inizialmente i fisiologi ritennero che le contrazioni irregolari fossero di natura “neurogena”, in altre parole avessero origine da fibre di tipo nervoso all’interno del muscolo cardiaco. Nel 1874 un fisiologo di Losanna, A. Vulpian, dimostrò la teoria “miogena” della fibrillazione. In altre parole, erano le stesse fibre muscolari cardiache, e non le fibre nervose, a sostenere il movimento scoordinato del cuore con un meccanismo definito “mouvement fibrillaire”. Si giungeva, così, alle soglie del XX secolo, il 1899, quando due fisiologi di Ginevra, Prevost e Battelli, dimostrarono che, se uno stimolo elettrico poteva determinare fibrillazione ventricolare e, quindi, arresto cardiaco, un analogo shock elettrico, applicato al cuore di cani da esperimento, poteva interrompere la fibrillazione e ripristinare un ritmo cardiaco regolare. Era la scoperta della defibrillazione elettrica. Ma dovevano trascorrere ancora cinquanta anni prima che l’intuizione dei fisiologi svizzeri potesse avere un’applicazione clinica.


LA DEFIBRILLAZIONE ELETTRICA

Nel 1947 Claude Beck, professore di chirurgia alla Case Western Reserve University Hospital di Cleveland, eseguì, per la prima volta, una defibrillazione elettrica a torace aperto su di un ragazzo di quattordici anni, operato per un difetto congenito al torace e che aveva avuto un arresto cardiaco. Dopo il massaggio cardiaco manuale, eseguito per quarantacinque minuti, fu usato il defibrillatore con successo. Naum L. Gurvich, fisiologo russo, nel 1940, per primo, suggerì la defibrillazione con onda bifasica, utilizzando un condensatore per erogare la scossa elettrica. Gurvich introdusse anche la "stimulatory theory of defibrillation".  Purtuttavia, fino ai primi anni del 1950, la defibrillazione cardiaca fu possibile solo a cavità toracica aperta durante intervento chirurgico, mentre la tecnica con elettrodi applicati esternamente attraverso la gabbia toracica al cuore con corrente alternata, superiore a 1000 volt, fu introdotta dal V. Eskin con l'assistenza di A. Klimov a Frunze, in URSS nella metà degli anni ‘50.

Defibrillatore

Oggi i defibrillatori possono essere esterni, transvenosi o innestati, secondo il tipo di dispositivo utilizzato. I dispositivi esterni, noti come defibrillatori automatici esterni (DAE), sono in grado di ristabilire il ritmo cardiaco, potendo essere usati con successo con una semplice formazione propedeutica. Nel 1952 Paul M. Zoll, direttore della Clinica cardiologica a Beth all’Israel Hospital, dimostrò definitivamente che la stimolazione elettrica esterna del torace di un paziente durante l'arresto cardiaco era in grado di produrre un battito cardiaco efficace. Nel 1956, utilizzando per primo con successo la defibrillazione esterna per ristabilire il ritmo cardiaco e contribuendo in modo significativo a ridurre la mortalità dei pazienti, sviluppò anche il sistema di visualizzazione dell'attività elettrica del cuore su di un oscilloscopio. Ottenne la registrazione di ogni battito cardiaco con un segnale acustico e l'allarme al momento di arresto, come avviene nei moderni reparti di unità intensiva coronarica. Nel 1960 scoprì che la cardioversione elettrica esterna era efficace per porre fine alla tachicardia sopraventricolare e alla tachicardia ventricolare, procedura ampiamente utilizzata ancor oggi nel trattamento di queste aritmie, risultando più sicura della somministrazione di forti dosi di farmaci antiaritmici. Nel 1964 sviluppò il metodo di stimolazione elettrica diretta del cuore a lungo termine, attraverso l’impianto di un pacemaker, innovazione tecnologica ancor oggi di grande diffusione in tutto il mondo. Nel 1973 ricevette l'Albert Lasker Award for Clinical Medical Research, noto anche come il "Nobel dell'America", per gli importanti risultati ottenuti in campo scientifico e terapeutico. Nel 1977 gli fu conferito il titolo di professore emerito di Medicina Clinica dell'Harvard Medical School, mentre i suoi dispositivi si aggiornavano e diffondevano continuamente in tutto il mondo, anche in campo pediatrico. Nel 1992 fondò la società pubblica ZOLL Medical Corporation: An Innovator in Resuscitation, presto diventata leader di mercato per questa tecnologia. La defibrillazione è divenuta, così, il trattamento definitivo delle aritmie cardiache pericolose per la vita, la fibrillazione ventricolare e la tachicardia ventricolare senza polso.

La defibrillazione consiste nell’utilizzo di una dose terapeutica di energia elettrica applicata al cuore mediante il defibrillatore. Questa dose di energia depolarizza una massa critica di muscolo cardiaco, interrompendo l'aritmia, con il conseguente ripristino di un ritmo emodinamicamente efficace. Nel 1966 a Belfast, fu allestita su ambulanza la prima unità di defibrillazione a corrente continua, alimentata da batterie. Gli anni ‘70 videro la progettazione di apparecchi sperimentali, in grado di rilevare automaticamente la fibrillazione ventricolare. Infine, nel 1986 venne la forte spinta alla diffusione della metodica con l’immissione sul mercato dei defibrillatori semiautomatici. Questi apparecchi sono caratterizzati da un peso limitato e sono dotati della capacità di diagnosticare automaticamente la fibrillazione ventricolare istruendo l’operatore al suo impiego con comandi vocali. In seguito, le disposizioni di legge hanno permesso l’utilizzo dei defibrillatori semiautomatici anche al personale “laico” (ovvero non sanitario), purché opportunamente addestrato. Esse, di fatto, hanno consentito il raggiungimento di successi significativi, pubblicati su tutte le riviste scientifiche. Va ricordato, tra i tanti esempi, il 59% di sopravvivenza ottenuto in un casinò di Las Vegas e la defibrillazione efficace in tredici pazienti su quattordici a bordo degli aerei di una compagnia di volo statunitense.


LA TEC

In via collaterale, bisogna ricordare che Ugo Cerletti (1877-1963), neurologo e psichiatra di Conegliano Veneto, al tempo della sua direzione della clinica neuropsichiatrica dell'Università "La Sapienza" di Roma, ideò insieme a Lucio Bini la TEC (terapia elettroconvulsivante), comunemente nota con il nome di elettroshock, utilizzata per la cura di numerose forme di disturbo mentale.
Tale metodica rappresentò non solo un nuovo metodo di cura, ma anche un ausilio per lo studio delle radici organiche delle malattie mentali. Cerletti giunse all'elettroshock terapeutico sull'uomo dopo esperimenti su animali in rapporto alle osservazioni sulle conseguenze neurologiche di ripetute crisi epilettiche. L'idea di utilizzare la TEC su pazienti neuropsichiatrici venne dopo aver osservato alcuni maiali che venivano anestetizzati con una scarica elettrica, prima di essere condotti al macello. Va in tale contesto considerato, però, che sin dal 1935 il metrazol, farmaco convulsivante, e l'insulina erano già largamente usati in molti paesi per il trattamento della schizofrenia con risultati interessanti. Nell'aprile del 1938, Cerletti in collaborazione con Lucio Bini , usò la TEC su un paziente affetto da schizofrenia con sintomi di delirio, allucinazione e confusione. Una serie di elettroshock terapeutici permise al paziente di tornare a uno stato mentale di normalità. L’approccio traeva spunto dalle ricerche di Julius Wagner-Jauregg , premiato con il Nobel, sulla pratica di convulsioni indotte con la malaria per curare alcuni disturbi nervosi e mentali - come la demenza paralitica causata dalla sifilide, nonché dalle teorie sviluppate da Ladislas J. Meduna, secondo il quale la schizofrenia e l'epilessia erano disturbi antagonisti. Tali ricerche e teorie portarono nel 1933 Manfred Sakel a sviluppare la terapia del coma insulinico in psichiatria. Negli anni successivi, Cerletti e Bini arrivarono a determinare l'affidabilità della terapia nella pratica clinica e la sua sicurezza, soprattutto per il trattamento della psicosi maniaco-depressiva e dei casi più gravi di depressione. Il loro lavoro e le ricerche ebbero, di fatto, un’influenza notevole, così che l'uso della TEC si diffuse prontamente in tutto il mondo. Allo scadere degli anni ’90 del secolo trascorso la TEC non è quasi più utilizzata anche in Italia. In via collaterale vanno ricordati anche alcuni contributi di Cerletti, estranei alla medicina, ma originali come l'ideazione di tute bianche per la mimetizzazione delle truppe alpine, e l'invenzione di una spoletta a scoppio ritardato per artiglieria.


SALVARE UNA VITA: UNA SCOMMESSA CHE SI PUÒ VINCERE

È bene ricordare che ogni giorno in Italia muoiono circa 150 persone per un improvviso arresto cardiaco. Nella maggior parte dei casi la causa è una malattia delle coronarie e l’elemento scatenante può essere una forte emozione o uno sforzo fisico intenso. L’arresto cardiaco è prevalentemente dovuto all’improvvisa insorgenza di fibrillazione ventricolare che determina la perdita della funzione di pompa del cuore e, quindi, un mancato afflusso di sangue al cervello e agli organi vitali.
La chiave della sopravvivenza risiede nella velocità della risposta da parte del soccorritore. Oltre alle manovre di rianimazione cardiopolmonare (massaggio cardiaco e ventilazione), tutte le vittime di un arresto cardiaco hanno bisogno immediato di defibrillazione con uno shock elettrico. Difatti, se la scarica è erogata entro pochi minuti vi sono elevate probabilità di rimanere in vita. Già dopo dieci minuti di ritardo le possibilità diminuiscono di sotto il 5%.

Grazie ai nuovi apparecchi elettromedicali, chiamati defibrillatori semiautomatici, chiunque abbia svolto un corso di addestramento può utilizzarli per salvare una vita.
In conformità a quanto riportato emerge sempre più ai giorni d’oggi l’indicazione della presenza di un defibrillatore in ogni condizione in cui possa maggiormente verificarsi la necessità del suo impiego, come in luoghi di grande affollamento quali stazioni ferroviarie, porti, aereoporti e in ambienti sportivi o durante gare, soprattutto a carattere agonistico.


CON LA DEFIBRILLAZIONE ELETTRICA TUTTI POSSIAMO FAR RIPARTIRE UN CUORE

Defibrillazione elettrica

Si è altresì documentata ormai la necessità di istruire personale, anche non strettamente sanitario, all’uso di questi dispositivi salvavita soprattutto negli ambienti e condizioni a maggior rischio.
Nel messaggio radiofonico alla Nazione, il 20 maggio 2000, il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton così concludeva il suo intervento dedicato alla diffusione nella popolazione dell’uso dei defibrillatori semiautomatici.

 

Io penso che tra le persone che mi stanno ascoltando oggi ce ne siano poche che non conoscono nessuno che sia stato stroncato da un arresto cardiaco. Forse un padre, una zia, un amorevole insegnante, un caro amico. Con questa nuova tecnologia noi abbiamo la possibilità di vincere questa scommessa. Noi possiamo dare a tutti i cittadini il potere di far ripartire un cuore e di salvare una vita

Michele Paradiso
Specialista in Medicina Interna
Responsabile UOS Diagnostica-Terapeutica del Sistema Neurovegetativo
Ospedale San Giovanni Battista, Ordine di Malta, Roma

Andrea Levi Della Vida
Specialista in Medicina Interna
Direttore UOC Medicina d’urgenza e delle cure differenziate
Ospedale San Camillo-Forlanini, Roma

Giuseppe Di Lascio
Specialista in Medicina Interna
Già Primario Medico, Ospedale San Camillo-Forlanini, Roma